Vociferari Decius quo fugerent quamve in fuga spem haberent; obsistere cedentibus ac revocare fusos; deinde, ut nulla vi perculsos sustinere poterat, patrem P. Decium nomine compellans, "quid ultra moror" inquit "familiare fatum? Datum hoc nostro generi est ut luendis periculis publicis piacula simus. Iam ego mecum hostium legiones mactandas Telluri ac Dis Manibus dabo." Haec locutus M. Livium pontificem, quem descendens in aciem digredi vetuerat ab se, praeire iussit verba quibus se legionesque hostium pro exercitu populi Romani Quiritium devoveret. Devotus inde eadem precatione eodemque habitu quo pater P. Decius ad Veserim bello Latino se iusserat devoveri, cum secundum sollemnes precationes adiecisset prae se agere sese formidinem ac fugam caedemque ac cruorem, caelestium inferorum iras, contacturum funebribus diris signa tela arma hostium, locumque eundem suae pestis ac Gallorum ac Samnitium fore, - haec exsecratus in se hostesque, qua confertissimam cernebat Gallorum aciem, concitat equum inferensque se ipse infestis telis est interfectus.Vix humanae inde opis videri pugna potuit. Romani duce amisso, quae res terrori alias esse solet, sistere fugam ac novam de integro velle instaurare pugnam; Galli et maxime globus circumstans consulis corpus velut alienata mente vana in cassum iactare tela; torpere quidam et nec pugnae meminisse nec fugae
Decio chiedeva urlando dove stessero fuggendo e che cosa sperassero nella fuga: si parava di fronte ai fuggitivi e richiamava quelli già dispersi. Poi, rendendosi conto di non essere in grado di mantenere uniti i suoi uomini ormai allo sbando invocando per nome il padre Publio Decio, disse: "Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dèi Mani!". Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire in sacrificio se stesso e le legioni nemiche per l'esercito del popolo romano dei Quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti - lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.Da quel momento in poi sembrò che la battaglia non dipendesse troppo da forze umane. I Romani, perso il proprio comandante - ciò che di solito in altri casi crea scompiglio -, riuscirono a bloccare la fuga e cercarono di riequilibrare le sorti della battaglia
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